Hai voglia di restare al centro del mio lobo frontale?

Le strutture neurali correlate all’amore sono peculiari, anche se condivise con altri stati emotivi strettamente affini.
Le aree coinvolte sono: l’insula mediana, il giro del cingolo anteriore e l’ippocampo (nella corteccia cerebrale), lo striato e il nucleus accumbens (a livello sottocorticale).
Queste aree sono regioni del “sistema della ricompensa”, proprio perché l’amore porta alla passione, che, a sua volta, esalta e rende euforici: questa euforia è data da elevate concentrazioni di dopamina, neurotrasmettitore associato alla ricompensa, al desiderio, alla dipendenza e proprio agli stati euforici.
Il rilascio di dopamina crea uno stato di benessere, favorisce il legame di coppia e l’attività sessuale, come pratica gratificante, utile alla cementificazione del rapporto di coppia stesso.
L’aumento di dopamina è accompagnato dalla diminuzione di serotonina (neurotrasmettitore correlato all’appetito e all’umore, ad esempio).
Una diminuzione di serotonina, nei primi stadi dell’amore romantico, è uguale anche in pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo: proprio per questo si dice che l’amore focalizza il pensiero e lo canalizza, quasi morbosamente, verso un’unica persona!
Nell’innamoramento iniziale è elevata anche la quantità del fattore di crescita nervoso, legato all’intensità dei sentimenti stessi.
Ah, certo, l’ossitocina e la vasopressina!
Ossitocina e vasopressina sono prodotte dall’ipotalamo e rilasciate e immagazzinate nell’ipofisi, che le riversa nel torrente circolatorio (in particolare durante l’orgasmo): sono alla base dell’attaccamento nell’amore.
Va detto che queste aree citate stabiliscono connessioni anche con la corteccia frontale, quella parietale e quella temporale mediale, ma anche con un ampio nucleo situato all’apice del lobo temporale, ossia l’amigdala.
Un aumento di attività nelle aree coinvolte nell’amore romantico si accompagna a una diminuzione di attività, o a una disattivazione, di queste zone corticali.

_ Artwork by Rachel Ignotofsky.

Ti dichiaro tutto il mio amore:

“Hai voglia di restare al centro del mio lobo frontale?”

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E se l’intestino fosse eccessivamente sottovalutato?

Il sistema nervoso enterico è definito “secondo cervello” ed è un sito che, indipendentemente, può elaborare e integrare segnali neuronali. Risulta dotato di una grande e fitta rete di cellule nervose, con una stima pari a circa 100 milioni. Svolge un ruolo in maniera autonoma rispetto al sistema nervoso centrale, anche se vi risulta strettamente collegato.

Attraverso l’asse “intestino-cervello”, messaggi partono dall’intestino e raggiungono il cervello, potendo percorrere anche la via inversa.

Il secondo cervello può inviare segnali di nausea, malessere, accumulare stress e fissare ricordi legati al cibo. Inoltre può permettere la presa di decisioni, seppur inconsapevolmente, dato che, quando viene meno il “controllo razionale” si impone quello viscerale che sa prendere il sopravvento e orientarci verso una certa scelta o una data emozione.

La vita, perciò, non può prescindere dalla corretta integrità e funzione di questi due cervelli.

La loro comunicazione dipende dagli stessi neurotrasmettitori, come la serotonina, importantissima nella regolazione dell’umore e che svolge diverse funzioni nel tratto gastrointestinale, tra cui la peristalsi, la segmentazione, la secrezione, la vasodilatazione, la percezione del dolore e della nausea.

Quindi non occorre preservare soltanto la vitalità del cervello: tenete d’occhio anche il vostro intestino, dal quale dipende il vostro benessere (e il benessere del cervello primario che vi supporta ogni singolo istante della vostra giornata).

Per approfondire il discorso:https://www.unimarconi.it/download/attachments/Contributi_Articolo_Lazzeri.pdf

Quali effetti benefici può avere la corsa sul cervello? E quali sono gli effetti lesivi?

Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato in una rivista di Neuroscienze, ha confrontato, attraverso risonanza magnetica cerebrale, un gruppo di persone che praticavano la corsa in maniera frequente e un gruppo di coetanei sedentari, appaiati anche per scolarità.
Ebbene, il cervello dei corridoi presentava più connessioni corticali, soprattutto nell’area frontale, quella dedita alle operazioni cognitive superiori (capacità di pianificazione, problem solving, decision making in primis).
In sostanza, vi sarebbe una sorta di “rimodellamento” delle connessioni neuronali, così come avviene per altre attività che si ripetono spesso (un po’ come accade anche in alcune aree nel cervello di chi suona uno stesso strumento per anni). E questo rimodellamento pare che possa avere un effetto di prevenzione contro l’insorgenza di malattie neurodegenerative (anche perché pare che la corsa sia un ulteriore fattore di incidenza nella neurogenesi delle cellule ippocampali).
Per non dimenticare una cosa che potrà sembrare banale: correre fa aumentare i livelli di serotonina, noradrenalina, dopamina, endorfine, tutti quei neurotrasmettitori che ti sollevano dall’ansia, ti fanno sentire più leggeri e più sereni.
Ovviamente la corsa migliora anche la vascolarizzazione cerebrale.

Per la seconda parte, “quando può essere lesiva”, oserei rispondere semplicemente: la corsa è lesiva quando diventa un’ossessione che condiziona la vita.
Mi rifaccio al concetto di “dipendenza da sport” espresso da Morgan nel 1979. “Un tipo di attività fisica diventa estrema, in frequenza e durata, quando è accompagnata da un impulso a ripetere la prestazione con possibili crisi di astinenza”. Quindi, prima ancora di essere cerebrale e fisico, il problema assume una connotazione psicologica da inquadrare bene.

Arte e Alzheimer

Vi presento gli autoritratti realizzati da un artista, William Utermohlem, nato il 4 dicembre del 1933 e morto nel marzo del 2007, per le conseguenze dovute ad una patologia: il morbo di Alzheimer.
Utermohlem ha continuato a dipingere anche dopo la diagnosi di Alzheimer: dal primo autoritratto significativo e somigliante, si passa, via via, a tratti sempre più rigidi e scomposti, simbolo di una rottura interiore.
L’incapacità di continuare a realizzare con cura il proprio autoritratto è dovuta ad una difficoltà dell’artista di riconoscere l’aspetto fisionomico del suo volto: ciò è da imputare alla prosopoagnosia (difficoltà nel riconoscere i volti di persone care e, successivamente, il proprio) che è parte della sintomatologia tardiva dell’Alzheimer.

Tale patologia ritengo che sia descritta egregiamente in questi versi di Eugenio Montale:

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

La storia clinica di questo paziente la potete ritrovare in uno studio “Creating in the Midst of Dementia” pubblicato nel secondo volume (di una serie di tre volumi) che descrive le patologie neurologiche di artisti famosi: Neurological Disorders in Famous Artists di Carlos Hugo Espinel.

Gestione dell’ansia

“Sto per soffocare” è un pensiero distratto, insolente, che a volte non controlliamo e fugge via, fuori da noi e si fa sentire, ci ammalia col suo fascino crucciato e ci percuote come una nenia, una cantilena che impariamo e ripetiamo, come se fosse stata sempre nostra.
A volte accade: sei in metropolitana e le porte si bloccano.
Panico: il tuo cervello si mette in allerta.
La gente ti circonda: è ovunque.
Non puoi respirare: non riesci a respirare.
Come se qualcosa, dentro di te, non volesse più saperne: un senso di costrizione toracica ti pervade e stai per svenire.
Cosa senti?
Ti fa male.
Ti fa male un qualcosa di indistinguibile, un qualcosa che dentro è effimero, non ha un’identità ben precisa, non sai dire cosa sia: eppure hai paura.
Tanta paura.
E il tuo cervello si mette in atto per fare qualcosa: iperventilazione, sudore, troppo sudore e battiti del cuore a mille non sono, però, un aiuto adeguato.
Anche se, prima o poi, le porte si riaprono sempre.
Cos’è che ti ha insegnato questa esperienza?
Ad evitare la metropolitana e i luoghi affollati: a fuggire.
La fuga.
Come se non ci fosse un’alternativa migliore.
Tutto questo per la paura di soffocare, ancora.
Inappropriati processi di pensiero possono manifestarsi nelle distorsioni cognitive, come conseguenza di esperienze negative che si accompagnano a comportamenti disfunzionali appresi attraverso meccanismi di condizionamento e di rinforzo.
Eppure, allontanarsi pian piano dal mondo, a cosa serve?
Rischierai di stare sul punto di soffocare anche dentro casa: fattene una ragione.
Le pessime esperienze capitano: devi provare a superarle, nonostante tutto.
Fa un bel respiro, ristruttura i tuoi pensieri, rilassati e va fuori, fuori da tutte le barriere che ti sei costruito e dalle tante paure che ti affliggono ogni giorno.
L’esposizione all’agente patogeno non è sempre un male: il trovarsi accanto alle situazioni che provocano ansia può aiutare a cercare un’alternativa migliore, per affrontare il problema e risolverlo, così da non avere più bisogno di scappare, per evitare di soffocare. 

Le emozioni sono universali

Le emozioni sono strettamente correlate alla realizzazione di scopi universali, scopi utili alla sopravvivenza della specie e dell’individuo. Questa è la posizione abbracciata da Ekman, psicologo statunitense, che ha posto l’accento sulla teoria innatista delle espressioni facciali delle emozioni.

Le singole emozioni vengono a configurarsi come quadri distinti, regolati da precisi programmi neurali di attivazione e di espressione. Viene avanzata l’ipotesi delle espressioni primarie di base, come la gioia, la tristezza, la paura, il disgusto e la rabbia; le altre sono emozioni secondarie o complesse.

Le emozioni primarie sono descritte come processi neurofisiologici unitari e precodificati, geneticamente predeterminati, che non possono essere scomposti e che non possono essere modificati una volta attivati. Esse costituirebbero strutture psicologiche invarianti e caratteristiche essenziali della specie umana, dovute a forme rilevanti di apprendimento e di adattamento filogenetico.

Dunque le espressioni facciali delle emozioni sarebbero universali, esisterebbero configurazioni neurologiche specifiche per ognuna di esse, vi sarebbe continuità mimico-espressiva fra umani e primati, le emozioni avrebbero insorgenza rapida e durata breve.

Ekman e Friesen, negli anni ’70, hanno condotto una ricerca transculturale, dimostrando una sostanziale concordanza nel riconoscere le medesime espressioni facciali da parte di soggetti appartenenti a culture diverse (culture occidentali, Giappone, Nuova Guinea, Iran).

Questa immagini mostra le espressioni emotive di base e universali.

Da cosa è formata la corteccia cerebrale?

La corteccia cerebrale ha un’organizzazione laminare (ossia in essa si possono riconoscere degli strati di cellule).
Sei strati di cellule sono presenti nella neocortex, che occupa il 95% del telencefalo (caratterizzato da due emisferi divisi tra loro da una grande scissura interemisferica).
Porzioni di corteccia filogeneticamente (per filogenesi si intende la storia evolutiva di un insieme di organismi, contrariamente alla ontogenesi che fa riferimento alla storia evolutiva del singolo organismo) più antiche sono presenti nel lobo temporale e presentano un minor numero di strati e sono:
– paleocortex dell’uncus (estremità anteriore del giro paraippocampale che riceve fibre nervose direttamente dal bulbo olfattivo) correlata all’olfatto;
– archicortex dell’ippocampo del lobo temporale (correlata alla memoria).
Paleocortex e Archicortex occupano il restante 5% della corteccia cerebrale.
Ognuno dei sei strati della neocortex ha una specifica propria:
I. Molecolare (estensioni apicali dei dendriti e pochi neuroni).
II. Granulare Esterno (neuroni piramidali e neuroni stellati).
III. Piramidale Esterno (piccoli e medi neuroni piramidali, fonte di efferenze corticocorticali) (le fibre efferenti sono vie nervose che trasportano il messaggio neurale dal sistema nervoso verso l’organo periferico).
IV. Granulare Interno (neuroni stellati e piramidali, obiettivo di afferenze talamocorticali) (le fibre afferenti sono vie nervose che trasportano il messaggio neurale dall’organo periferico verso il sistema nervoso)
V. Piramidale Interno (grandi neuroni piramidali i cui assoni vanno dalle zone corticali alle zone sottocorticali)
VI. Polimorfo (grandi e piccoli neuroni piramidali e neuroni multiformi).
La corteccia contiene circa 100 miliardi di neuroni500 miliardi di cellule della glia e una stratificazione di capillari.
Le cellule della glia:
– sostengono i neuroni, permettendo uno scambio nutritivo e gassoso fra loro e il sangue;
– riparano le lesioni del sistema nervoso centrale;
– modulano la trasmissione dell’impulso nervoso.
Tra le principali cellule gliali ne possiamo citare due:
– Oligodendroglia (formano una guaina mielinica attorno agli assoni nel sistema nervoso centrale);
– Cellule di Schwann (formano una guaina mielinica nel sistema nervoso periferico).
Più della metà della superficie corticale è nascosta all’interno dei solchi.

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